"AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE 2016 VOTA NO!"
(1) http://www.varesenews.it/lettera/le-ragioni-raziocinanti-del-si/

23 ottobre 2016
Caro Direttore,
chi voleva stravolgere la costituzione ora ci ha donato una ennesima giravolta politica di convenienza, tutti impegnati a difendere la intoccabilità della Costituzione.
Secondo me nulla è
intoccabile, nemmeno Dio, soprattutto in un paese che da decenni va avanti a
privilegi, organismi e meccanismi ormai diventati incompatibili con qualsiasi
spinta democratica.
Solo che il referendum è utilizzato ed interpretato da molti italiani come voto
di negazione dell’attuale Governo che ricordo non essere illegittimo ma scelto
democraticamente grazie proprio ad un articolo della stessa Costituzione.
Prima che molti buttino alle ortiche l’unico mezzo di volontà popolare che ci rimane e votino seguendo i disturbi intestinali piuttosto che il raziocinio, o peggio, non votino affatto spinti dal mantra populista del “tanto son tutti uguali”, ecco prima che accada l’inevitabile nel bel paese dalla coscienza civica ridotta al lumicino vorrei far presente qualche sana, onesta, raziocinante motivazione per votare sì.
Se vince il SI:
1) Senato
Se vince il SI solo la Camera dei Deputati voterà la fiducia al governo e
approverà le leggi. Per quelle Costituzionali occorrerà ancora il Senato.
Il Senato verrà (finalmente) ridotto a 100 membri, 95 scelti dalle Regioni e 5
dal Presidente della Repubblica ma solo per 7 anni.
Non è prevista indennità aggiuntiva per i Senatori (vengono aboliti i
famigerati due stipendi).
Scompare il limite di età per essere eletti.
2) Presidente della
Repubblica
Verrà eletto solo dai deputati e senatori, non ci saranno più i 59 delegati
regionali.
Il Presidente della Repubblica potrà scogliere la Camera ma non più il Senato.
3) Potere esecutivo
Viene inserita una sorta di “voto a data certa” che consente il governo di
accelerare l’iter di approvazione delle leggi. La Camera può accogliere o meno
questo iter. Lo scopo di questo iter è evitare quanto possibile le solite
politiche di ostruzionismo composte da migliaia di emendamenti.
4) Leggi di iniziativa
popolare
Ci vorranno 150.000 firme. Viene introdotta la garanzia che tali proposte di
legge popolare verranno discusse e votate in Parlamento (ad oggi questa
garanzia non esiste).
5) Referendum
Per gli abrogativi rimane il limite minimo al 50%+1 aventi diritto. Se non sono
almeno 800.000 gli elettori a richiedere i referendum il quorum si abbassa al
50%+1 dei votanti alle ultime elezioni per la Camera.
Verrano introdotti due nuovi referendum quello propositivo ed abrogativo.
6) Competenze delle Regioni
Vengono introdotte le competenze esclusive verso lo Stato. Materia come
trasporti, energia ed infrastrutture, sicurezza sul lavoro e protezione civile
tornato di competenza statale.
7) Abolizione delle
provincie
Le provincie verranno abolite. (in un popolo raziocinante basterebbe solo
questo punto per votare SI).
8) Abolizione del CNEL
Scompare l’inutile Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. (in un
popolo raziocinante basterebbe solo questo punto per votare SI).
Questi e solo questi sono i
temi inerenti al referendum. Se poi la vogliamo buttarla in caciara, Renzi ci
sta antipatico, gli immigrati sono da affondare, e chi più ne ha più ne metta
allora possiamo benissimo leghizzarci, utilizzare tutti questi pretesti che con
il referendum non c’entrano nulla e votare un fragoroso e sonoro NO.
Ovviamente oltre che giocarci l’ennesima possibilità di cambiamento mi aspetto
di non vedere più nessuno lamentarsi che questo paese non cambia perché votando
NO avete confermato i baroni, i privilegi e le idiosincrasie di questo paese,
ancora una volta.
Felice Griffi
Tradate

·
25 ottobre 2016
Egregio direttore,
è ormai da un trentennio che la risposta delle classi dominanti di questo Paese alla crisi della democrazia italiana (degenerazione oligarchica e isolamento sociale dei partiti, organica subordinazione all’economia capitalistica e al potere finanziario, sostegno alle politiche di austerità in materia di lavoro e di Stato sociale) è sempre la stessa e può essere riassunta nel progetto d’indebolire il parlamento e di rafforzare il governo, tramite modifiche sempre più gravi della seconda parte della Costituzione repubblicana: dapprima, negli anni Ottanta e Novanta, i tentativi delle Commissioni Bozzi, De Mita-Jotti e D’Alema_Berlusconi; poi l’assalto ben più deciso alla Costituzione da parte del governo Berlusconi con la riforma del 2005, bocciata dal referendum del giugno 2006 con il 61% dei voti; infine l’ultima, non meno grave aggressione: la legge di revisione costituzionale Renzi-Boschi approvata il 12 aprile 2016, sulla quale si svolgerà il referendum confermativo nel prossimo ottobre.
Nulla di nuovo sotto il sole nero delle forze reazionarie, poiché l’argomento a sostegno della revisione, oltre a quello risibile e demagogico della riduzione dei costi della politica, è stato quello della necessità di accrescere la ‘governabilità’ nel tentativo reiterato, che ha sempre contraddistinto il ceto di governo, di scaricare sulla nostra carta costituzionale la responsabilità della propria inettitudine.
Ma sostiene Griffi (cfr. lettera del 23 ottobre 2016): «Secondo me nulla è intoccabile, nemmeno Dio, soprattutto in un paese che da decenni va avanti a privilegi, organismi e meccanismi ormai diventati incompatibili con qualsiasi spinta democratica». Sennonché occorre ricordare a chi, come il precitato signore, inverte il rapporto gerarchico tra Costituzione e referendum («Prima che molti buttino alle ortiche l’unico mezzo di volontà popolare che ci rimane»), quasi che l’oggetto del referendum fosse secondario rispetto all’esercizio, comunque auspicabile, della volontà popolare, che le costituzioni sono una cosa seria e che nelle democrazie serie sono emendabili, cioè suscettibili di singole e specifiche riforme, ma non modificabili per intero. Basti pensare alla reazione che vi sarebbe negli Stati Uniti, se qualcuno, foss’anche il presidente di quella repubblica, proponesse l’idea di una nuova Costituzione. La verità è che l’intera Costituzione statunitense del 1787 è da tutti concepita, difesa e codificata come il ‘pactum societatis’ fondativo del regime di quel paese e la carta d’identità della nazione. Di conseguenza, la Costituzione degli Stati Uniti è unicamente suscettibile, lo ripeto perché ciò vale anche per la nostra Costituzione, di singoli e specifici emendamenti, la cui approvazione richiede una procedura tanto laboriosa quanto rigorosa, che non concede alcuno spazio ai colpi di mano di un gruppo avventurista.
Ma sostiene Griffi, riferendosi all’articolato schieramento delle forze politiche contrarie alla riforma costituzionale, «chi voleva stravolgere la costituzione ora ci ha donato una ennesima giravolta politica di convenienza, tutti impegnati a difendere la intoccabilità della Costituzione». Orbene, faccio notare al sullodato signore che una causa giusta rimane giusta anche se ad essa aderiscono, per motivazioni strumentali o con altri fini, soggetti molto diversi da quelli che la qualificano e la caratterizzano: tali sono, Griffi ne converrà, l’Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani e la Confederazione Generale del Lavoro, che qualche valida e importante ragione, non dettata da “disturbi intestinali ma da raziocinio” (per citare l’elegante perifrasi griffiana), hanno pur addotto a sostegno della scelta del NO. D’altronde, ‘si parva licet componere magnis’, persino Winston Churchill disse un giorno che, qualora Adolf Hitler avesse invaso l’inferno, lui non avrebbe mancato di parlare gentilmente del diavolo alla Camera dei Comuni…
Sennonché le modifiche proposte dalla riforma costituzionale Renzi-Boschi non sono bagattelle, poiché l’attuale revisione costituzionale investe l’intera seconda parte della Costituzione: ben 47 articoli su un totale di 139. Non si tratta, quindi, di una “revisione”, ma di un’altra Costituzione, diversa da quella del 1948. In questo senso, la nostra Costituzione non consente neanche ad un’ipotetica assemblea costituente, la quale decidesse a larghissima maggioranza, di approvare una nuova Costituzione. Il solo potere riconosciuto dall’articolo 138 della nostra Costituzione è infatti un potere di revisione, che, come dicono i costituzionalisti, non è un potere costituente ma un potere costituito. E qui emerge il primo aspetto di illegittimità: l’indebita trasformazione del potere di revisione costituzionale previsto dall’articolo 138 in un potere costituente non previsto dalla nostra Costituzione e perciò anticostituzionale ed eversivo. Valga il vero: la differenza tra i due tipi di potere è antipodale, poiché il potere costituente è un potere sovrano, che l’articolo 1 della Costituzione attribuisce al “popolo” e solo al popolo, sicché nessun potere costituito può appropriarsene; il potere di revisione è invece un potere costituito, il cui esercizio non può consistere nella elaborazione di una nuova Costituzione, ma solo in singoli e specifici emendamenti, tali da permettere ai cittadini, come ha più volte stabilito la Corte Costituzionale, di esprimere consenso o dissenso, attraverso il referendum confermativo, alle singole, specifiche revisioni. È una questione di logica giuridica: l’esercizio di un potere costituito (potere subordinato alla Costituzione) non può trasformare lo stesso potere, del quale è esercizio, in un potere costituente (potere sovraordinato) senza dar luogo ad un patente ed inaccettabile abuso di potere. In altri termini, essendo le costituzioni complessi di norme che istituiscono e disciplinano i pubblici poteri, imponendo loro limiti e vincoli, “per la contradizion che no’l consente” (direbbe il padre Dante) non possono, gli stessi poteri costituiti dalla Costituzione, cambiare radicalmente la Costituzione dalla quale sono istituiti e limitati. La conclusione è che, in senso stretto, un simile referendum non avrebbe mai dovuto essere proposto, perché la sua genesi, la sua formulazione e il suo contenuto rappresentano un’autentica negazione della Costituzione vigente, oltre che una coartazione della volontà popolare, chiamata a pronunciarsi su un colpo di mano perpetrato da una minoranza avventurista in cerca di legittimazione.
Ma procediamo, seguendo l’ordine delle argomentazioni addotte dal sostenitore dell’assenso a questo colpo di mano. Sostiene, dunque, Griffi riguardo alla modifica del Senato proposta dalla riforma costituzionale: «Se vince il SÌ solo la Camera dei Deputati voterà la fiducia al governo e approverà le leggi. Per quelle Costituzionali occorrerà ancora il Senato. Il Senato verrà (finalmente) ridotto a 100 membri, 95 scelti dalle Regioni e 5 dal Presidente della Repubblica ma solo per 7 anni. Non è prevista indennità aggiuntiva per i Senatori (vengono aboliti i famigerati due stipendi). Scompare il limite di età per essere eletti». Sennonché, di fronte a questo anodino e tranquillizzante riassuntino ‘ad captum vulgi’, occorre puntualizzare che, sì, la riforma Renzi-Boschi riduce i senatori a 100, ma che i senatori non vengono eletti direttamente dai cittadini, come impone l’articolo 1 della Costituzione, ma dai Consigli regionali; inoltre, dei 100 senatori 5 sono nominati dal presidente della Repubblica, 21 tra i sindaci e il resto tra i consiglieri regionali; il Senato non partecipa alla fiducia al governo (modifica dell’art. 94 della Costituzione); la seconda carica dello Stato sarà il presidente della Camera, controllato dal partito di maggioranza al servizio del premier, e non il presidente del Senato. Griffi peraltro, come tutti i sostenitori del SÌ e, purtroppo, anche un certo numero di sostenitori del NO, non fa parola della legge elettorale, denominata ‘Italicum’, che è invece organicamente complementare alla riforma costituzionale avendo lo stesso scopo, cioè attribuire maggiori poteri al Presidente del Consiglio attraverso il controllo della maggioranza del parlamento, del governo e degli organi di garanzia costituzionale (Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale e Consiglio Superiore della Magistratura). E con ciò abbiamo smascherato la natura autoritaria del predominio esercitato dal premier nella nomina del presidente della Repubblica (punto 2 dello schema di Griffi).
La riforma costituzionale si può, in effetti, paragonare alla canna di un fucile, al cui caricatore corrisponde la legge elettorale. È superfluo aggiungere che questo fucile, la cui bretella è rappresentata dalla nuova Costituzione che si vuole far passare con il referendum confermativo, è puntato sul popolo italiano, mentre le cartucce sono fornite da organizzazioni plutocratiche quali la Confindustria, l’Unione Europea e l’amministrazione degli Stati Uniti. Sostiene poi Griffi, facendo eco all’attuale presidente del Consiglio, che la riduzione dei senatori a 100 consentirebbe un notevole risparmio: in realtà, il risparmio calcolato dalla Ragioneria Generale dello Stato ammonta a 1/5 della spesa per il Senato, pari a 50 milioni di euro. Questa, sì, una bagattella rispetto alle enormi spese degli apparati di Camera e Senato, costituite dalla manutenzione degli immobili, dai servizi e dal personale, senza contare che ai senatori bisognerà rimborsare le spese di trasferta, che (non vi è da dubitarne, conoscendo la sequela di abusi e di malversazioni che hanno coinvolto un buon numero di consiglieri regionali) saranno ingenti. Del resto, se il governo avesse voluto realizzare un risparmio, avrebbe dovuto ridurre il numero dei deputati, cosa che si è ben guardato dal fare. In realtà, questa riforma del Senato non mira al risparmio delle risorse pubbliche, bensì, di concerto con l’‘Italicum’, all’accentramento di enormi poteri in capo al premier, al controllo degli organi di garanzia costituzionale (CSM, Corte Costituzionale, nomina del presidente della Repubblica) e a garantire l’immunità ai 100 senatori, anche se coinvolti nelle loro regioni in processi penali.
Ma sostiene Griffi (al punto 3 delle «sue sane, oneste, raziocinanti motivazioni per votare sì»): «viene inserita una sorta di “voto a data certa” che consente al governo di accelerare l’iter di approvazione delle leggi. La Camera può accogliere o meno questo iter. Lo scopo di questo iter è evitare quanto possibile le solite politiche di ostruzionismo composte da migliaia di emendamenti». Orbene, mi limito ad osservare che, a partire da quando il rapporto tra politica ed economia si è invertito, non essendo più la politica che governa l’economia ma il contrario, la semplificazione in senso autoritario del sistema politico diventa necessaria.
‘Governabilità’ è la parola d’ordine con cui, oggi come ieri, da Craxi a Berlusconi e Renzi, viene coonestata questa semplificazione: che vuol dire crescente aggressività, di segno reazionario, della politica rispetto alla società, resa necessaria dalla sua impotenza e dalla sua subordinazione al capitale finanziario. Da qui nasce il nesso funzionale tra prima e seconda parte della Costituzione e l’enorme incidenza delle modificazioni di questa su quella, dedicata ai diritti dei cittadini. “Ce le chiede l’Europa”, strillano i nuovi costituenti a proposito delle loro riforme, ed è vero: l’Europa e, attraverso l’Europa, il capitalismo internazionale ci chiede di ‘rottamare’ la nostra democrazia, operazione necessaria affinché i nostri governi rinuncino al loro ruolo di direzione dell’economia e della finanza e possano liberamente aggredire i diritti sociali e del lavoro, dai quali dipendono la vita e la dignità dei cittadini. Già oggi, tra decreti-legge, leggi delegate e leggi di iniziativa governativa, circa il 90% della produzione legislativa è di fonte governativa. La cosiddetta revisione tende a sanzionare, attraverso (non una revisione ma) la elaborazione di una nuova Costituzione, questo processo di concentrazione dei poteri nell’esecutivo, al quale essa assegna tempi abbreviati (l’approvazione entro settanta giorni) per i disegni di legge “indicati come essenziali per l’attuazione del programma di governo”. Già oggi, grazie all’iniziativa dei governi, si è verificata una destrutturazione micidiale in materia di lavoro e di diritti sociali, cui la nuova Costituzione spiana la strada in nome della ‘governabilità’, scaricando i costi delle politiche recessive sulle classi subalterne. Sarebbe quindi moralmente opportuno che chi vanta i pregi della riforma costituzionale Renzi-Boschi prendesse coscienza del fatto che per la prima volta nella storia della Repubblica sono diminuite le aspettative di vita delle persone.
Sugli altri punti elencati da Griffi non intervengo per tre motivi: non sono i punti qualificanti e caratterizzanti della riforma costituzionale, i cui vizi di fondo ho già indicato nella genesi (lo scambio eversivo tra potere costituente e potere costituito) e nel motivo ispiratore (la ‘governabilità’ in un’accezione organicamente capitalistica); su alcuni di essi (ad esempio, il ridimensionamento delle competenze delle Regioni, organismi burocratici e parassitari, e l’abolizione delle province e del CNEL) si può convenire, ma va detto con la massima chiarezza che la funzione che svolgono è meramente cosmetica, essendo del tutto secondari e non essenziali rispetto all’ispirazione efficientista, plebiscitaria ed autoritaria della forma-Stato delineata in quell’ircocervo che è la riforma costituzionale Renzi-Boschi. È noto a tutti, d’altronde, che anche un orologio guasto segna almeno due volte al giorno l’ora giusta.
Eros Barone
AL REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 4 DICEMBRE
VOTIAMO “NO”!
LA LOTTA OPERAIA E POPOLARE E LA VITTORIA DEL “NO” SCONFIGGERANNO IL PIANO REAZIONARIO DEL GOVERNO RENZI!
UNIAMOCI E ORGANIZZIAMOCI PER RISPONDERE ALL’ATTACCO DEL CAPITALE E DIRIGERCI VERSO LA VIA DI USCITA RIVOLUZIONARIA DALLA CRISI GENERALE DEL CAPITALISMO!
E’ ormai chiaro quali sono le forze che stanno dietro la controriforma costituzionale imposta dal governo Renzi: i padroni di Confindustria e i “manager” alla Marchionne, le grandi banche d’affari come JP Morgan e le agenzie di rating al servizio del capitale, Wall Street e le altre Borse degli speculatori COME Soros, la Commissione UE , il FMI, l’ambasciata USA….
Come abbiamo già chiarito, il vero quesito a cui il popolo italiano dovrà rispondere è: Volete voi che sia aumentato il potere del capitale finanziario e dei suoi governi contro la classe lavoratrice? Volete voi meno libertà e diritti democratici per difendere il lavoro contro l’ingordigia del capitale?
La controriforma costituzionale dimostra che la classe dominante per salvaguardare i suoi interessi e privilegi diventa sempre più aggressiva e punta a cambiare forma allo Stato, sbarazzandosi dei vecchi metodi del parlamentarismo e più in generale della democrazia borghese, divenuti un intralcio per le esigenze di valorizzazione del grande capitale.
Le modifiche di ben 47 articoli della Costituzione del 1948 si combinano con gli effetti della legge-truffa elettorale (Italicum) che dà a un solo partito di minoranza il controllo della Camera; con le misure antioperaie (cancellazione dell’art. 18 e Jobs Act, flessibilità, precariato, tagli a salari e pensioni, etc.); con la politica di guerra imperialista per una nuova spartizione del mondo.
Il governo Renzi, proseguendo il disegno eversivo tracciato dalla P2 di Licio Gelli e Berlusconi, con l’appoggio di Verdini, intende instaurare una Repubblica presidenziale autoritaria, vuole rafforzare e concentrare i poteri (compreso quello legislativo) nelle mani dell’esecutivo, escludendo le masse da qualsiasi meccanismo di partecipazione alle decisioni politiche. Perché? Per garantire il massimo profitto ai capitalisti italiani e stranieri attraverso leggi e misure che garantiscano l’intensificazione dello sfruttamento della classe operaia. Questa è la vera posta in gioco.
E’ evidente che una sciagurata vittoria del SI nel referendum aprirebbe le porte alla soppressione completa delle libertà democratiche conquistate con il sangue della classe operaia e dei Partigiani. Potenzierebbe il dispotismo padronale e governativo. Favorirebbe l’aggravamento delle già pesanti condizioni di lavoro e di vita delle masse. Getterebbe le premesse di un feroce regime antioperaio, antidemocratico e guerrafondaio.
Renzi e l’oligarchia finanziaria che lo appoggia, per avvicinare il loro obiettivo, stanno orchestrando una campagna di menzogne e ricatti senza precedenti. Occupano tutti gli spazi mediatici, gettano fumo negli occhi della stragrande maggioranza sfruttata e oppressa, attuano vere e proprie truffe antipopolari.
Non passa giorno che Renzi non si inventi un imbroglio dei suoi: spaccia la manovra finanziaria come “espansiva”, mentre in realtà riduce ancora la spesa pubblica; fa finta di lottare contro le politiche di austerità, ma procede nel solco tracciato dalla Troika; promette il ponte sullo Stretto, mentre i senza casa aumentano; apre spiragli sulle pensioni, solo per fare gli interessi delle banche.
Renzi e la sua cricca battono sulla grancassa dei “risparmi” derivanti dal taglio delle poltrone per accaparrarsi i voti della povera gente, stufa dei politicanti borghesi. Ma questo è il colmo della demagogia e del populismo, perché il loro governo si guarda bene dal tagliare le agevolazioni, gli stipendi e le pensioni d’oro di deputati e senatori, i finanziamenti alle banche, al Vaticano, alla UE, alle scuole e alla sanità privata, le spese militari, le opere inutili e dannose come la TAV. Il debito pubblico è aumentato con Renzi, non diminuito, a causa degli stratosferici interessi bancari che scattano senza sosta! E bastava un F- 35 in meno per ottenere gli stessi risparmi della pericolosa controriforma che vogliono far passare!
Allo stesso modo il governo Renzi non tocca ma protegge i profitti, le rendite parassitarie, i grandi patrimoni, l’evasione fiscale degli speculatori, dei padroni, dei ricchi. Si accanisce, invece, contro i lavoratori e le masse popolari, perché è un governo messo su dall’oligarchia finanziaria, senza alcun mandato popolare. Quello che vuole tagliare Renzi sono le libertà democratiche dei lavoratori in lotta per difendere la dignità della vita e per conquistare il proprio potere politico, non i privilegi dei borghesi!
Come possiamo batterlo, come possiamo far vincere il NO al referendum?
Le forze della sinistra borghese che sono per il NO continuano a condurre una campagna al ribasso, narcotizzando e frenando la classe operaia. Socialdemocratici, riformisti e revisionisti non denunciano il carattere di classe delle controriforme e non fanno nulla per chiamare le masse alla lotta.
Per sconfiggere i piani di Renzi non servono i ricorsi al Tar, le raccolte di firme, le disquisizioni giuridiche. Così come sono deleteri la fiacchezza e il collaborazionismo dei capi dei sindacati confederali e il divisionismo dei dirigenti opportunisti di quelli di “base”.
Tanto meno possiamo fidarci delle destre e di altri settori borghesi che si sono espressi con differenti motivazioni contro la riforma, ma che sono sempre pronti a cambiare posizione in cambio di concessioni.
Infine, le intenzioni di voto del M5S lasciano capire che questo movimento populista è tutt’altro che compatto nel rifiutare la controriforma costituzionale.
Per battere Renzi servono la lotta e l’organizzazione operaia e popolare. Tutto dipende dal livello di mobilitazione di classe, dai rapporti di forza che bisogna costruire per sconfiggere i piani reazionari. La chiave della vittoria del NO è nelle mani del proletariato, della sua unità di azione, del suo impegno politico.
Nessun’altra forza sociale ha interesse quanto i lavoratori del braccio e dell’intelletto alla sconfitta delle controriforme e del governo del Jobs Act, dei licenziamenti e dei ribassi salariali, della flessibilità e della precarietà, dello smantellamento dei CCNL, etc.
Il proletariato, le masse lavoratrici e popolari hanno tutto l’interesse a recarsi in massa alle urne il 4 dicembre e votare NO. In tal modo non solo respingeranno la riforma reazionaria della Costituzione democratica-borghese, ma licenzieranno Renzi e assesteranno un duro colpo al neoliberismo e alla politica di austerità, che hanno dominato la politica italiana negli ultimi decenni.
In questa situazione è di grande importanza il fatto che nel seno della classe operaia si cominciano a organizzare Comitati per il NO e per la lotta all’offensiva borghese. Costruiamo dunque organismi di massa ovunque nelle fabbriche e negli altri posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, su tutto il territorio nazionale.
Questi comitati dovranno avere un carattere di classe e di massa, essere unitari e rivolti ai lavoratori e alle masse popolari che subiscono le conseguenze della crisi e delle criminali politiche borghesi. Assieme agli altri organismi operai esistenti e in costruzione serviranno per prendere in mano la conduzione degli scioperi, delle assemblee, delle manifestazioni, etc. e battere su questo terreno il disegno reazionario dei monopoli capitalistici.
Approfittiamo del referendum per rafforzare il campo dell’organizzazione operaia e popolare. Utilizziamo tutte le occasioni per far sentire la nostra protesta. Partecipiamo alle giornate di sciopero e di dimostrazione indette contro Renzi, mettendo al centro gli interessi comuni dell’intero proletariato. Proponiamo di proseguire la lotta costruendo lo sciopero generale nazionale politico, proclamato da tutte le forze politiche, sindacali, sociali, di classe e democratiche che si oppongono alle controriforme, da realizzarsi prima del referendum, con manifestazione nazionale a Roma.
E’ ora di rompere l’immobilismo dei vertici sindacali e di smascherare chi vuole solo coltivare il proprio orticello. E’ ora di passare all’offensiva unitaria, con la prospettiva di farla finita con la società dominata dai vandali dell’alta finanza.
Sia chiaro: noi comunisti (marxisti-leninisti) non ci illudiamo sul fatto che se rimarrà l’attuale Costituzione ci sarà la pace, il benessere e la democrazia per i lavoratori: l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e le aggressioni di guerra scatenate in spregio all’art. 11 della stessa Costituzione dimostrano il carattere ipocrita, falso e limitato della democrazia borghese. Chiamiamo a respingere il Ddl Boschi non per salvare il parlamentarismo borghese, ma come momento di opposizione a questo sistema di sfruttamento e alle sue politiche reazionarie e di sacrifici, contro la svolta autoritaria, il pericolo del fascismo, che è generato dal capitalismo monopolistico. Il NO proletario e popolare deve essere il NO al modo di produzione capitalistica che ci riserva solo miseria, reazione e guerre.
Il Comitato Nazionale di Unità Marxista-Leninista (CONUML) fa dunque appello alla classe operaia e a tutti i lavoratori sfruttati, ai giovani disoccupati, ai pensionati e alle donne degli strati popolari a sviluppare l’unità, la mobilitazione e l’organizzazione, a prepararsi per le battaglie decisive che ci attendono.
Esortiamo l’intera classe lavoratrice del nostro paese a respingere con le lotte operaie e sociali e con una valanga di NO il prossimo 4 dicembre le controriforme costituzionali per far cadere il governo Renzi e continuare la lotta ben oltre il risultato referendario. La incitiamo ad unirsi in un unico e ampio fronte popolare con alla testa la classe operaia, per avanzare verso la rivoluzione e il socialismo, sola e reale alternativa al barbaro sistema capitalistico. La conquista di una vera democrazia passa per la conquista del potere politico da parte del proletariato!
“NO” ALLA CONTRORIFORMA COSTITUZIONALE,
VIA IL GOVERNO RENZI!
VOGLIAMO UN GOVERNO DEGLI OPERAI E DEGLI ALTRI LAVORATORI SFRUTTATI PER IL PASSAGGIO RIVOLUZIONARIO ALLA NUOVA E SUPERIORE SOCIETÀ SOCIALISTA!
Roma, ottobre 2016.
COMITATO NAZIONALE DI UNITA’ MARXISTA-LENINISTA
Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista
Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia
Per contatti: conuml@libero.it
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